Antica Fiera di Portomaggiore
Le sale del Verginese sono sede dell'eccezionale ritrovamento archeologico avvenuto nel 2002 a fianco della Delizia, nel podere di Santa Caterina, nell'ambito di due campagne di scavo.
Si tratta del sepolcreto dei Fadieni, una piccola necropoli di epoca romana del periodo imperiale (I e II sec. d. C.), che testimonia il processo di romanizzazione del territorio deltizio secondo il disegno dell'antica rete idrografica in cui si inserisce il territorio di Gambulaga.
Il sito di Gambulaga, pur confinando con i saltus imperiali facenti capo a Voghenza, non doveva rientrare fra i vasti possedimenti imperiali; è probabile invece che fosse articolato in più proprietà private, in particolare della famiglia dei Fadieni, che si radicò e fiorì per tre generazioni. Attraverso gli oggetti che costituivano i corredi delle sepolture emergono evidenti i segni del vivere di un'intera civiltà, con i propri usi e consuetudini, in cui la quotidianità si intreccia al mito e ai simboli millenari che rappresentano l'umano desiderio di immortalità.
Le 8 epigrafi ci raccontano di una compagine sociale costituita da individui di nascita libera e di condizione libertina, di agiate condizioni economiche e tutti appartenenti ad un'unica famiglia che occupava una grande villa del territorio padano. Alla famiglia forse non erano estranei legami con elementi celtici identificati dal cognomen Massa e dal nome Ambulasia; costituita da ricchi mercanti, riconosce proprio nell'esistenza di M. Fadienus Massa un periodo di affermazione sociale ed economica.
Le stele funerarie, che accolgono i visitatori con i ritratti dei defunti, aiutano a contestualizzare il complesso dei ritrovamenti; infatti i ripetuti appelli ai viatores sono indizi della collocazione del sepolcreto forse prospiciente a una via su cui doveva svolgersi un transito di passanti.
La famiglia dei Fadieni fiorisce nell'arco di tre generazioni, mentre l'unico appartenente alla quarta muore prematuramente. I Fadieni ebbero nella storia una crescita, seppur minima, delle loro fortune economiche e ciò si nota dal livello di "monumentalizzazione" della memoria dei defunti; in particolare tutti i monumenti funebri propongono dei carmina di diversa ampiezza e significato: gli epitaffi rivestivano certo la 4funzione di sottolineare l'evento luttuoso evidenziandone magari gli aspetti di singolarità.
L'area cimiteriale occupava la sommità di una dorsale allungata e delimitata nella parte meridionale da un fosso. La vicinanza ad un ramo del Po fa ipotizzare che questo sito fosse particolarmente felice, anche se non sono ancora emerse tracce archeologiche delle strutture abitative; gli abitanti erano dediti alla coltivazione di frumento e vite destinati perlopiù all'autoconsumo, alla produzione della canapa utilizzata soprattutto per funi, cordami e reti da pesca, all'allevamento di animali, in particolare di maiali.
Il moderno allestimento espositivo ripropone la disposizione delle lapidi come le avrebbe trovate un ipotetico viandante che si trovasse a passare nelle vicinanze della necropoli. Sul pavimento e riprodotta la mappa dello scavo che mostra i rapporti tra le stele e le diverse sepolture ad esse riferite; l'esposizione è completata da pannelli informativi sui costumi dell'epoca, dagli abiti alle acconciature.
Oltre 200 sono i reperti rinvenuti nelle tombe, materiali ceramici in terra sigillata, ceramica a pareti sottili come bicchieri e coppe, poi ancora bottiglie, lucerne, anfore e manufatti per il rituale funerario, oggetti d'argento, bronzo, come finimenti di bardatura di cavallo, una serie di monete, generalmente usate come viatico per l'aldilà, e un'eccezionale raccolta di vasellame in vetro, integro e finemente lavorato, assai raro per il territorio ferrarese, oltre che balsamari per sostanze aromatiche e vaghi da collana.