Antica Fiera di Portomaggiore
Le stele scolpite, le intense iscrizioni, i ritratti dei defunti, i reperti dei corredi funerari, bronzi, monete e una rara raccolta di vasi in vetro finemente lavorati. Si chiamavano Caius, Marcus, Tertia, in tutto 12 tombe, una sola famiglia, i Fadieni. La loro necropoli racconta la storia di una famiglia benestante della prima età imperiale ma anche il vivere di un'intera civiltà, con i propri usi e consuetudini. Le epigrafi intrecciano il quotidiano con i simboli dell'umano desiderio di immortalità e attestano un rapporto di parentela tra i defunti che si snoda per quattro generazioni, genitori, figli e nipoti, di cui tre morti attorno ai vent'anni. Di qui il titolo della mostra permanente, "Mors Inmatura", allestita dal 2006 nella Delizia Estense del Verginese di Gambulaga, a pochi passi dal luogo del ritrovamento.
Un'esposizione che coniuga la suggestione del materiale archeologico a quella del suo 'contenitore', quel Verginese donato nel Cinquecento da Alfonso I d'Este a Laura Eustochia Dianti, dove la dama si ritirò alla morte del Duca, facendone la propria piccola corte privata e ordinandone la ristrutturazione, eseguita in primis da Girolamo da Carpi.
Il sepolcreto dei Fadieni (I e II sec. d.C., età imperiale) è venuto alla luce in due campagne di scavo: alla casuale scoperta di ben tre stele, risalente all'autunno del 2002, è seguita una breve indagine che ha recuperato quattro basamenti allineati, una quarta lapide rovesciata accanto alla propria base e alcune tombe, fino al ritrovamento dell'ultima stele, con relativa sepoltura e corredo, avvenuta nel 2005.
Il percorso della mostra ricrea l'impressione che doveva cogliere il viandante che, quasi 2000 anni fa, avesse percorso la linea tracciata dalle stele, collocate fedelmente all'interno delle sale così com'erano poste in origine ai margini della strada e come sono state ritrovate.
Oltre alle cinque stele, tutte in pietra o calcare di Aurisina, vere 'star' della mostra, sono esposti gli oltre
200 reperti rinvenuti nelle tombe, materiali fittili, manufatti in bronzo, finimenti di cavallo, offerte di datteri e fichi, una serie
di monete che ha permesso di datare la necropoli dall'età giulio-claudia agli inizi del II sec. d.C. e un'eccezionale raccolta di
vasellame in vetro, integro e finemente lavorato, assai raro per il territorio ferrarese. Corredi che rappresentano un ricco
patrimonio di informazioni per la conoscenza nei primi secoli dell'impero romano.
La stele più antica è quella di Caius Fadienus, Cai filius, e di Ambulasia Anucio, Marci filia, cui segue quella sulla cui epigrafe
Fadienus Repentius, Cai filius, e Cursoria Secunda, Luci filia, piangono la prematura scomparsa di Caius Fadienus Vegetus morto a
21 anni. Qui i busti drappeggiati dei tre personaggi sono posti in due nicchie rettangolari dal fondo ricurvo, gli adulti sopra e il
giovane sotto.
Terza nel tempo viene la stele di Marcus Fadienus Massa, Cai filius, e di Valeria Secunda, Quinti filia. Nello specchio epigrafico che separa la nicchia con i busti dei due sposi dal riquadro sottostante -che rappresenta a basso rilievo un cavallo al passo volto a destra- è impaginato un testo con cui è proprio Marcus a rivolgersi di persona al lettore e viandante, esprimendo il vanto di essere stato coerente con i propri principi. L'epitaffio è dotato di una parte metrica che riecheggia non tanto le concezioni filosofiche che erano appannaggio dei circoli epicurei, quanto un sentire comune che, almeno a partire dal I sec. d.C., era entrato in gran parte della società.
Per ultima viene la stele che L. Fadienus Agilis, Marci filius, unito nella sepoltura ad Atilia Felicia, Cai liberta, dedica al figlio L. Fadienus Actor, morto all'età di 17 anni. Il giovane stringe nelle mani un rotolo e una penna, e porta un anello al mignolo della sinistra. Il busto è al centro di un clipeo solcato da modanature sul cui margine posa una corona di foglie con bacche, un fiore al centro in alto e nastri svolazzanti sotto, un simbolo che allude alla vittoria sulla morte. Soltanto nella seconda campagna di scavo fu trovata la quinta stele dedicata dai genitori L. Pompennius Placidus, Caii filius, e Fadiena Tertia, Caii filia, al figlio Pompennius Valens, anch'egli scomparso prematuramente all'età di 23 anni.
Alla famiglia dei Fadieni parrebbero non essere stati estranei legami con elementi celtici posti con il cognomen Massa e il nome Ambulasia, se è dato di riconoscere in quest'ultimo un suffisso giustappunto celtico e se, di conseguenza, entrambi i nomi possono ritenersi indizi di un substrato che -per il vero- nel delta affiora grazie a non molti elementi, uno dei quali (la dedica votiva alle Iunones da Codigoro, pluralità di divinità femminili) ha carattere cultuale.
Una famiglia certo benestante per la quale l'esistenza di M. Fadienus Massa segna un periodo di affermazione economica e sociale: accanto al suo nome vi è l'indicazione della tribù di appartenenza e la moglie è della gens Valeria.
Colpiscono in modo particolare anche il profano i testi delle lapidi, da quella, quasi scanzonata, di Marco Fadieno:
"Ave o Marco! Tu viandante hai letto il mio nome nell'iscrizione: ricordersi che questa è una dimora mortale; statemi bene voi che siete nel mondo, vivete una vita ottima; io vissi bene per quanto ho potuto e come ho voluto; ho dato a chi ho voluto, non ho dato a chi non volli; se qualcuno mi accusa, venga a discuterne con me"
a quella, struggente, del giovane Lucio Fadieno: "Ti supplico, o lapide, di stare lieve sulle sue ossa e di non voler essere di peso per la sua tenera età. Quel che il figlio deve fare al genitore, la morte immatura fece sì che lo facesse il genitore", che non può non richiamarci alla memoria l'Epitaffio ad Erotion di Marziale, studiato sui libri di scuola:
"A te, padre Frontone, a te, Flaccilla genitrice, affido questa bimba, boccuccia e gioia mia, affinché la piccola Erotion non tema le nere ombre e le mostruose bocche del cane degl'inferi. Avrebbe appena completato i geli del sesto inverno, se fosse vissuta non meno di altrettanti giorni. Tra così antichi protettori possa la birbantella giocare e il nome mio la boccuccia ancora blesa garrire. Le delicate ossa sian protette da non dura zolla, e tu, o terra, non esserle pesante: lei non lo fu per te."
La mostra è completata da pannelli informativi sui costumi dell'epoca, dagli abiti alle acconciature; presso il book shop si può acquistare un catalogo scientifico curato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna.